Papa Francesco

"Voi sapete, cari giovani universitari, che non si può vivere senza guardare le sfide, senza rispondere alle sfide. Colui che non guarda le sfide, che non risponde alle sfide, non vive. La vostra volontà e le vostre capacità, unite alla potenza dello Spirito Santo che abita in ciascuno di voi dal giorno del Battesimo, vi consentono di essere non spettatori, ma protagonisti degli accadimenti contemporanei. Per favore, non guardare la vita dal balcone! Mischiatevi lì, dove ci sono le sfide, che vi chiedono aiuto per portare avanti la vita, lo sviluppo, la lotta per la dignità delle persone, la lotta contro la povertà, la lotta per i valori, e tante lotte che troviamo ogni giorno." Papa Francesco

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venerdì 16 settembre 2022

Ancora quattro bimbi e tre donne morti di stenti in mare. (12 settembre 2022)

 



Riprendo un testo composto ormai nel 2015, anno durante il quale l'alto numero di omicidi marini dei migranti entrarono nei nostri occhi e purtroppo restano ancora. Molti per non usare gli occhi per vedere, si voltano dall'altra parte. 


METRONOMO (2015)

I

I punks dell'ultima ora, i bagnanti 

paffuti scesi al mare oleoso,

operai sdentati e studenti senza lezione:

li bagna, prostatico, il cielo della vecchia

Europa. Esperienze coi gessetti colorati,

avevano dipinto le piazze e la carta.

Ma pochi e diretti colpi d'acqua 

han sfasciati i tratti, scavato il fronte

disvelato del fondo ceruleo mare, 

il memoriale finto del misero Ares.


Non sono più le nazioni i confini,

ma le persone, le persone.

E questo non l'hai ancora svolto.

Tutto si scioglie e migra altrove!

II

Lo spazio liquido non siamo noi.

Noi non siamo. 

L'acqua che noi siamo

è il vapore se riesce a trovare il coperchio,

il tetto della serra anche se cresciamo.


Non so voi, io ero cresciuto bene!

Ma sono cresciuto di terra dove

viene il figlio di Pan e sembra un contadino.

Sono sbiadito in seguito: Poseidone assente del tutto!

Eppure ero nipote di marinai e pescatori.

Uno ebbe pure un'altra vita nel nuovo mondo!


III


C'è un battello: creò il mare e il vento l'ha smorzato.

C'è un superstite, e uno scafista lo ha stordito

e – pluf – non è tornato più a galla. Era già pomeriggio.

C'è un vestito coi colori uguali e bagnati. A quest'ora

sarà intonacato tutto di braccia. C'era chi vaneggiava dei morti.

Un sogno: ecco il bombardamento contro di noi!


Noi vegliamo. Si! Nella notte vegliamo, inquieti.

Ma il desiderio è stare a letto nell’umido dormire.

Sanno dove trovarci le guardie che vengono all'ora buia.

Le strade che portano in piazza sono sgombre

e non ci sono più fantasie quando le violenze prevalgono.

Il sogno? Svenduto agli altri, non siamo noi a sognare. 

Non siamo. 

Noi abbiamo le paure di Morfeo:

neppure sono incubi queste icone accidentali.

IV

Sulla barca non sai se cantano o gridano o rissano.

Tu non sai come è fatta una barca.

Ti immagini Odisseo e le sue Sirene, legato 

per sentire o sopravvivere o passare il momento.

Erano invece dei o profeti a far scaturire fonti d'acqua:

Mosè fece questo nel deserto aggrappato al suo legno,

e tra i greci perfino un cavallo alato con lo zoccolo

disperse le rocce infuocate, più su, verso la cima

del monte Elicona, Ippucrene sopra il bosco:

ha un nome ed è lì che le muse riuscivano col loro mestiere,

cantando commedie e tragedie, sempre liete,

facevano cessare ogni angustia e dimenticar ogni male.

La zoccolata di Febo per chi naviga

non è l'audace fame nell'iride ma la gola spoglia e inaridita.


Senz'acqua i sogni di chi fugge in stive. Senza sirene,

ogni voce è memoria che scava con spezzate le unghie,

non i canti d'infanzia o la storia del popolo,

ma cosa, cosa sta racchiuso in quel silenzio 

impedito? Ogni voce è l'ultima voce. 

Si disfano le rovine umane dei loro corpi.

Le corde vocali imbrunite e senza mestiere.

La voce nostra? Eccola! Si digita facilmente.

Non siamo noi in questo esodo né ebrei né egiziani.

Non siamo. 

L'acqua che noi siamo

pigia polemica contro la pozzanghera.

V

le driadi hanno lasciato i boschi d'oro

e seppelliscono gli stranieri: ecco uno scintillio di pioggia!

Raggiungono poi le marine nereidi

e insieme onorano i morti

senza legno e senza terra, 

senza pianto e senza voci,

musica soltanto le foglie novembrine 

e le onde travolgenti il suolo e le schiume

tutto il popolo delle ninfe meravigliose.


Qualcuno suona il piano.


Segue lo spartito, i battiti, il ritmo,

il monitor elettrico del suo cuore.


Un istante dentro il metronomo e il pianista 

ritrova il suo tempo, come il tasto fuori nota

ritrova il suo carnoso dito che sopra vi si getta,

corpo a corpo: la tastiera è un altro prossimo

che cerca di vivere! 

Lo schiavista riduce di due nodi,

il Grecale non soffia. Getta via lo sguardo

dai fantasmi. Getta via le carcasse

dei piccioni schiantati in strada.

Getta via dal parabrezza. 

Getta via. Getta via i corpi.

VI

Al molo chi scende è salvato come da Oswice

o Mathausen: non per sua forza o resistenza.

Mi guarda a lungo dalla soglia un ragazzo.

Dietro gli sta il fratello morto, o scende la consueta

scala a chiocciola. Nell'azzurro sole di pietre blù celesti

sbiadisce l'ombra chiara del giovane novizio: è guerra!


Il ragazzo solleva le braccia, ha in mano un libro,

il libro umano dei morti. Lo apre come fece

allora il sacerdote, lo stende fraterno sul muto 

compagno di grembo (dallo stesso seno

avevano succhiato il latte). 

L’organo suonava un Alleluliah e si piegava tutti il capo.

Qui non c’è modo di scrivere il suo nome,

di ricordare la sua anima, di abbracciare la profezia.

Che le pagine uniche tocchino il suo corpo.

Che si colmino della sua invisibile storia.

Che chiudano la vita già perduta da un pezzo: è morte!

VII

Gli uomini addormentati giacciono lungo il muro delle transenne,

luminosi corpi di ossi imbiancati, coperti da mani d'argento,

e gocciano vermi dalle loro palpebre gonfie.

 

Alcuni sono giunti a terra. Si sono salvati.

Qualcuno vince, riposa e sogna.


Le ombre dei vivi nette come il sistema venoso

sulla pelle di un vecchio le acque gementi sfiorano.


Nelle loro tombe senza sapore i maghi mutano le serpi.


Onde del mare toccano le infinite sponde del metronomo.


“Taciti, sopra il calvario s'aprono gli aurei occhi di Dio.”



(versione per eventuale inglese)

METRONOME (2015)

I

The punks of the last hour, the bathers

chubby ones went down to the oily sea,

toothless workers and students without lessons:

the prostatic sky of Europe old lady wets them. Experiences with colored chalks,

they had painted the squares and the paper.

But few and direct hits of water

the features have been torn apart, the front dug

unveiled of the cerulean sea bottom,

the fake memorial of the miserable Ares.


The nations are no longer the borders,

but the people, the people.

And you haven't done this yet.

Everything melts and migrates elsewhere!

II

We are not the liquid space.

We are not.

The water that we are

it's the steam if it could find the lid,

the roof of the greenhouse even as we grow.


I don't know about you, I had grown up well!

But I grew up on land where

Pan's son comes and looks like a farmer.

I faded afterwards: Poseidon absent altogether!

Yet I was the grandson of sailors and fishermen.

One even had another life in the new world!

III

There is a boat: it created the sea and the wind dampened it.

There's a survivor, and a smuggler stunned him

and - pluf - has never returned to the surface. It was already afternoon.

There is a dress with colors the same and wet. At this time

It will be plastered with all arms. There were those who raved about the dead.

A dream: here is the bombing against us!


We keep watch. Yup! In the night we keep awake, restless.

But the desire is to stay in bed, in wetly sleep.

They know where to find us the guards who come at the dark hour.

The streets leading to the square are clear

and there are no more fantasies when violence prevails.

The dream? Sold out to others, we are not the ones dreaming.

We are not.

We have the fears of Morpheus:

nor are these accidental icons nightmares.

IV

On the boat you don't know if they sing or shout or fight.

You don't know what a boat is like.

You imagine Odysseus and his Sirens, he is tied up

to feel or survive or pass the moment.

Instead, it was gods or prophets who made springs of water:

Moses did this in the wilderness clinging to his wood,

and among the Greeks even a winged horse with a hoof

scattered the burning rocks, further up, towards the top

of Mount Elicona, Hippucrene above the wood:

it has a name and it is there that the muses succeeded with their trade,

singing comedies and tragedies, always happy,

they made all distress cease and all evil forgotten.

Febo's hoof blow for those who sail

it is not the daring hunger in the iris but the bare and parched throat.


Without water the dreams of those who flee in the holds. Without sirens,

every voice is memory that digs with broken nails,

not the songs of childhood or the history of the people,

but what, what is enclosed in that prevented silence? Each voice is the last voice.

The human ruins of their bodies are rotted away.

The darkened vocal cords and without job.

Our voice? Here it is! It is easy to type.

We are not in this exodus, neither Jews nor Egyptians.

We are not.

The water that we are

presses controversially against the puddle.


V


the dryads have left the golden woods

and they bury the strangers: here is a sparkle of rain!

They then reach the marine Nereids

and together they honor the dead

without wood and without earth,

without weeping and without voices,

only they set music the November leaves

and the waves overwhelming the ground and the foams,

all the people of the wonderful nymphs.


Someone is playing the piano.


Follows the score, the beats, the rhythm,

the electrical monitor of his heart.


An instant inside the metronome and the pianist

finds again its time, like the key out of note

it finds his fleshy finger against it,

flesh to flesh: the keyboard is another neighbor

trying to live!

The slaveholder reduces by two knots,

the Grecale does not blow. He throws his gaze away

from ghosts. Throw away the carcasses

of pigeons crashed in the street.

Throw away from the windshield.

Throw away. Throw the bodies away.

VI

At the pier, whoever gets off is saved as by Oswice

o Mathausen: not by his strength or endurance.

A boy looks at me for a long time from the threshold.

Behind him is his dead brother, or the usual descends

spiral staircase. In the azure sun of celestial blue stones

the light shadow of the young novice fades: it is war!


The boy raises his arms, holds a book,

the human book of the dead. He opens it as he did

at that time the priest, he extends him fraternal to the mute

companion of the  womb (from the same breast

had sucked the milk).

The organ played an Alleluliah and everyone bowed their heads.

There is no way to write his name here,

to remember his soul, to embrace prophecy.

Let the unique pages touch her body.

May they fill up with its invisible history.

May they close the life already lost for some time: it is death!

VII

The sleeping men lie along the wall of barriers,

bright bodies of whitewashed bones, covered with silver hands,

and worms drip from their swollen eyelids.


Some have come ashore. They saved themselves.

Someone wins, rests and dreams.


The shadows of the living as sharp as the venous system

on the skin of an old man the groaning waters touch.


In their tasteless graves the wizards mutate the snakes.


Waves of the sea touch the infinite shores of the metronome.


"Silent, above Calvary the golden eyes of God are opened."
















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