BOLIVIA 2026 pagina seconda
25 LUGLIO
Mentre sistemo le cose che scrivo sul diario per renderle leggibili è già metà pomeriggio e sotto le finestre della canonica iniziano a radunarsi in strada i piccoli pullman da venti posti, fuori variopinti ma dentro il motore perennemente in revisione, così butto l'occhio e vedo quello con la scritta colorata "Bolivia" come uscito da una puntata dei teletubbies, e due persone che armeggiano sotto il cofano.
Mi distraggo un poco e penso quanti anni possano avere: sono di quelli che vedevamo nei telefilm anni sessanta, con la parte anteriore del motore molto pronunciata, un muso alla Pippo, due occhi grandi il parabrezza, ed i finestrini di vetro sigillato. Penso che scrivere in questi ritagli di tempo sarà come tenere sempre il cofano aperto e non so se le cose escono coerenti. Per cui abbiate pazienza, arriverà il momento in cui farò fare il bagno in arno a queste pagine.Intanto qui il freddo non cambia volto ed uno degli effetti a questa altitudine è di asciugare labbra e mucose per cui a volte ti soffi il naso e vedi che qualche capillare si esibisce in un breve fenomeno di epistassi alturale. Il freddo ed il sole però si siedono come vecchi buoni amici, e se trovi l'angolo giusto, l'ora giusta, conviene stare in strada. Come nel parchetto antistante la linea della teleferica non lontana da qui. Ci arrivo, mi siedo sono le quattro e mezza del pomeriggio. Un campo da calcetto dove gioca un gruppo di ragazzi sul prato sintetico. Una banda di almeno 30 elementi fa le prove nello spazio attiguo. Ogni giorno le sentiamo anche dalla canonica. Adesso eseguono un pezzo da MULAN questi giovani in divisa tute a stampa con il loro nome. Qualche panchina non sufficiente per alcuni anziani solitari che sono fermi, come statue di gesso, ad ascoltare. I visi scuri di un sole che ha attraversato la pelle e sta permanente sotto l'epidermide a donare l'abbronzatura. Alcuni visi dei passanti hanno la pelle fresca, senza rughe. Altri hanno segnature come se avessero lavorato duro tutta la vita anche con la pelle del volto. Un vecchietto siede sul marciapiede, sembra non ascoltare. Adesso fanno il motivo degli AVENGERS. Non porta un berretto o una cuffia, come più facile vedere in altri passanti, al rientro dai lavori nella città sotto di La PAz. Ha il capo scoperto, una testa tonda, una scatola di quelle che sembrano scarpe da vendere, ma basse e schiacciate a coppie. Tiene un paio di forbici in mano, con cui sembra volere tagliare peli della barba che però non si vedono. Mi sfilano davanti tante donne con le gonne gonfiate alla vita, come se ne fossero sovrapposte decine una sull'altra, la prima colorata, le altre sembrano pizzi rigonfi. Vagamente ricordano quelle bambole che si compravano negli autogrill, salvate dallo smog dai loro involucri di plastiche da cui non sarebbero mai uscite. Qui potrebbe essere non solo un vestito tradizionale, ma anche uno status specie se segnalato anche dal cappello a bombetta. Le scarpe sempre di lucido rivestite, nere o marroni. Ero uscito a prendere un po' di sole ed invece ho raccolto volti. In questi giorni do' una mano a padre Riccardo per le messe. Approssimandosi la festa di Tata (affettuoso per dire papà) Santiago si concentrano le richieste di messe con intenzione dei devoti o singoli o di gruppi, oppure messe per defunti, a volte ricordati in messe solitarie altre in accorpamenti da due pagine di A4. Così sto imparando lo spagnolo e a celebrare la messa qui in parrocchia. Davanti all'altare le foto, e poi le statue in piccolo di Santiago: a cavallo, con folta capigliatura, vestito come un big jim spagnoleto, quasi da corrida, e in mano ha una spada, mentre il cavallo scalpita e sotto di lui una persona a terra di pelle rossa a rappresentare il male sconfitto. Nelle omelie padre Riccardo lo ricorda che questa immagine vincente è per noi, nella realtà, Santiago è stato ucciso. Dunque chi cerchiamo di imitare: il cavaliere glorioso o quello che sconfigge il male donando la sua vita come il proprio maestro Gesù. Diverte sentire padre Riccardo quando ricorda che anche se diventiamo ricchi e potenti non potremo mai neanche comprarci un grammo di amore che non esca dalle nostre scelte di vita. Ebbene sono io che scendo per la comunione, oppure quando lo accompagno alla fine per benedire uno ad uno i presenti che si accalcano e poi ricevuta l'acqua benedetta si allontanano. Ed è tutto questo un regalo perché mai così vicino potrei vedere i volti di tutte queste persone. Cosa ci sto a fare qua? Sono ospite in queste settimane, un passo dopo l'altro. Ospite di questa gente che arriva anche ad aprirmi le sue porte di casa, un volto dopo l'altro. E rubando un verso al Rilke delle Elegie direi: dopo dei tanti di prima e prima di quelli di dopo.
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