BOLIVIA 2026 - pagina prima
Giovedi 23 luglio
Scopo del viaggio.
Qualche ora libera, in questi primi giorni in cui comunque dovrei stare quieto per l'adattamento ai 4000 metri di El Alto.
Annotatelo: se venite diretti quassù sopra La Paz, nelle prime ore di permanenza senso di testa pesante, fiato corto, passi tra le nuvole. Ma dandogli il tempo il corpo si abitua all'ossigeno scarso e alla pressione differente. Adesso tocca stare attenti più al freddo, con temperature che oscillano attorno allo 0 in questi giorni. Io imparo dalle cipolle: man mano che aumenta o diminuisce il freddo, togliere o aggiungere uno strato.E comunque non sono qui per anatomia geografia fisica o altro. Sono qui perché ho conosciuto a maggio padre Riccardo Giavarini e da lui l'invito a raggiungerlo in Bolivia, a El Alto. Subito ho contattato la diocesi di Bergamo nella persona del direttore del Centro Missionario, don Massimo, che mi ha introdotto alla ricchissima storia missionaria della sua diocesi, specie in Bolivia, dove sono presenti dal 1962. Il materiale che mi ha inviato, ha allargato l'orizzonte di una presenza fatta di preti, suore, laici, e tanti che arrivano per periodi più brevi. Mio desiderio però sarà soprattutto concentrarmi sul servizio pastorale di padre Riccardo, sui progetti avviati nei 50 anni dal suo arrivo in questo paese nel 1976, alla luce anche della sua storia personale, che è parte delle sue scelte operative e progettuali con il popolo boliviano. Il tutto condito cercando anche di descrivervi una realtà a cinque sensi. Ci proviamo.
Tre voli per due scali fanno una meta.
Il viaggio inizia a Bologna nella notte tra il 20 ed il 21 e si conclude quasi 24 ore dopo. Tenendo conto che poi abbiamo sfuggito l'alba per 6 ore, il viaggio del corpo ne dura almeno 30. Un giovane stuart sul primo volo fino a Madrid, forse alle prime armi, tiene la schiena dritta, ha una gentilezza iperventilata, suggerisce piccoli miglioramenti per il viaggio a noi passeggeri, ora all'uno ora all'altro, con orgoglio una fibbia metallica 12x4 cm campeggia in alto sulla giacca. Gira e controlla le cinture allacciate, quelle di sicurezza, abbracciando tra loro le proprie mani, con le braccia in avanti, appoggiate al corpo. Mi ricordava piuttosto un ballerino della scala, un Billy Eliot fuori tempo. Ha una grande fiducia nel suo lavoro, nelle cose che possono fare la differenza per i passeggeri, nel futuro dell'umanità. durante i tre voli non ho trovato nessuno tra hostess e stuart come lui. Un segno per me di buon auspicio.
A Madrid devo mangiare qualcosa per pranzo, e nel settore del mio gate trovo un Burger. Tre euro di cibo e dodici di coreografia, che comunque va pagata! Seduto ammiro le persone intorno a me: una coppia enorme, lei ha un sorriso morbido e sicuro, avranno settant'anni in due. Sulla maglietta di lei la sua fonte di fortezza: se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Una coppia di giovanissimi guarda lo smart e mangia panini mentre l'aura di stranger things colora di viola i loro capelli, cosplayer anni ottanta. Alla mia destra siede una famiglia biondamente teutonica, dei quattro figli uno ha un anello nero attorno all'occhio destro e mi osserva con la stessa espressione del cibo dentro i cartocci antiunto che cerca di uscirne. Come forse tanti qui, mi sembrano viaggi senza vertigini: come se viaggiare fosse semplice sostituzione di posti, prima ero là, poi sarò qua. Questi luoghi, aeroporti, questi tempi, attese di voli, ci fanno abitare i due mondi mentre dall'uno passiamo all'altro. Sono una intersezione. Sarebbe come negare valore al tempo del sonno e dei sogni, perché tanto le cose le facciamo quando siamo svegli. E facciamo tante cose poi, ma senza riposo e senza sognare. Mentre viaggiamo tra una meta e l'altra é ancora un po' tempo di sogni.
Mentre siamo a mezzo oceano Atlantico (e se cadessimo ora non ci sarebbero neanche i pesci per mangiarci in queste acque senza fine povere di vita ittica) i finestrini degli oblò sono chiusi. Un modo per non farci sapere che ora del giorno è. L'alba già sorta dietro di noi é l'inseguitrice che stiamo fuggendo, stiamo tornando indietro nel tempo. Quando siamo a Lima é ancora il 21 luglio, ma in Italia sono già tutti passati nel 22 luglio, ultima notte bollente perché arrivano i temporali anche in Italia. Guardo sullo schermo gli orari di Madrid e di Lima in contemporanea, e solo così comprendo che non sono finito fuori dal tempo.
A Lima, per chi prende un volo di connexion, si paga una tassa. Controllo bagagli. Continua a ripetermi di prendere la cassetta sotto il rullo per deporre zaino e tasche vuote, ma poi lo spagnolo non é che ha sempre tutte queste parole uguali all'italiano. Qualcuno in aeroporto ha messo una scelta di brani famosi pop anni ottanta. Che fosse la coppia di ragazzi incontrati a Madrid? Forse mi hanno inseguito fino a qui e stanno per scatenare un demogorgone? Ma che viaggio ti fai? Sarà una moda del momento. Intanto cerco di recuperare del sonno accortocciandomi su tre poltrone senza braccioli. Ma serve solo a chiudere gli occhi, non a riposare. Ancora altre ore e finalmente il volo per El Alto. La rotta tracciata verso sud est, non troppo in alto rispetto alla cordigliera, si vedono luci singolari, luci di piccole cittadine. Poi si vede l'estensione senza fine di El Alto e l'aeroporto circondato di buio. Il rumore del carrello che esce, la frizione delle ruote con la pista, la carlinga che sempre barcolla qua e là come un ginnasta all'ultimo salto. La gente si affretta a scendere. Sono 4 gradi. Fa freddo sulla pista.
Le pratiche per l'ingresso e poi la valigia non si fa attendere. Perché sei qui, ma per l'unico motivo che mi é concesso "turismo". Dove alloggi, rimedio indirizzo della parrocchia. "Vada". Vedo già padre Riccardo che mi viene incontro. A casa mi offre qualcosa di caldo e due chiacchere. Me le concede con una ospitalità unica, anche se alle sei deve andare alle lodi. Ma sono stanco anche io, sono le 4,30 del mattino. Mi passa il necessario per prepararmi il letto. Quando sono steso riesco ancora a pensare: sono arrivato. Tre coperte per l'arrivo alla meta sono il premio necessario.
Primo giorno, che poi è sempre il 22 luglio.
Nel primo pomeriggio padre Riccardo mi propone la presentazione di un libro giù a La Paz. Si prende la teleferica, da fuori fa impressione il vuoto sul quale le cabine si muovono cadenzate in modo regolare. Quando ci sali e sei con altre persone, non ci pensi poi molto che soffri di vertigini. Dobbiamo essere al museo nazionale di etnografia e folklore per le 17,30. "Abbiamo tre messe per defunti dalle 15, ci dovremmo riuscire bene" mi dice Riccardo.
Alle tre siamo pronti, ma la famiglia che porta la foto del defunto non è quella indicata dal foglio preparato dalla sacrestia. Così gli chiediamo di aspettare. Poi arrivano le 15,30, ma quelli delle 15,30 non arrivano. Riccardo alza lo sguardo alla data del foglio: ventritrè luglio. Hanno sbagliato. Ci arriva quello giusto: sono bene quattro le famiglie che richiedono, quindi si finirà almeno alle 17. Queste messe in suffragio per i defunti sono una tradizione locale, per cui si chiede di fare memoria del defunto, e i parenti portano un quadro ed i fiori, tutto posto ai lati dell'altare su un piccolo trespolo in metallo che assomiglia ad un piedistallo per quadri da pittori. Siamo in due e siamo già in ritardo. In mezzo Riccardo, che non allontana mai nessuno, piuttosto rimanda ad altro momento, confessa anche una persona. Le assemblee sono di poche persone, esclusivamente parenti e amici. Sono assemblee tacite liturgicamente (ci alterniamo tra me e Riccardo, io che parlo lo spagnolo da appena 8 ore) ma familiari espressivamente. Quando alla fine di ogni liturgia il padre benedice le immagini, i fiori e a volte anche indumenti del defunto, poi chiede chi vuole ricevere la benedizione con l'acqua. Tutti si infilano nella corsia centrale, il padre Riccardo usa un vaso cilindrico in vetro con l'acqua, che sorreggo io, e come aspersorio una rosa con il fiore prolungato da un filo resistente, immagino metallico. Con questa rosa bianca sparge acqua abbondantemente, sulla fronte, sul corpo, nelle mani. Quando compare un bimbo di pochi mesi in spalla alla madre, la vena paterna di Riccardo si manifesta di nuovo e lo bagna con delicatezza e sorride mentre lo accarezza sulla testa.
Ah già, non ve l'avevo detto, padre Riccardo ha cinque figli! Ma ne parleremo.
Partiamo dopo l'ultima copiosa dose di benedizioni, la metà della quale cade sempre sul pavimento: é grazia sovrabbondante in fondo! Ancora reduce da un problema alle gambe, e per il rischio di arrivare tardi (sono già le 17), Riccardo decide di prendere un taxi per arrivare alla funiculare: é il sistema più veloce! Sono cabinovie che vanno di continuo e permettono di risolvere in tempi spazi distanti della città. Specie tra i 4000 metri di El Alto e i 3600 metri di La Paz. Giù c'é traffico e tentiamo un altro taxi. Infine arriviamo in tempo al nostro incontro.
Munasim Kullakita é un progetto creato da Riccardo nel 2004 per seguire le bambine di strada, spesso anche vittime di violenza e di tratta. Ormai lavorano su questo 50 persone. Una di loro è Elizabeth Soliz Cruz, che appunto ha scritto un libro raccogliendo le vite di alcuni ragazzi di strada. Ma è il titolo a provocare il lettore: !Que miran, hijos de p...! Cosa guardi figlio di puttana, dicono le bimbe ed i bimbi di strada agli adulti quando li fissano.
Sono nove i relatori, dieci minuti a testa, ad aprire sarà proprio padre Riccardo. Sono bravi, tutti stanno sotto il tempo stabilito. Cosa pensiamo quando ci troviamo di fronte un bambino di strada? Qual è la prima cosa? Il titolo ci interpella, perchè la soluzione può venire solo dalla società, nel suo insieme. I bimbi di strada sono persone, e se tu sei avvocato, dottore, etc..., allora hai una responsabilità. Un tempo si diceva che era un problema di chi era in strada, se era lì il motivo ci doveva essere, chissà cosa avrà fatto. Ed invece siamo noi adulti che creiamo queste situazioni. In fondo per come conoscono l'amore, la loro stessa vita è un grido che chiede soluzioni. Noi ci attiviamo per fare proposte per una vita degna di essere vissuta. In strada anche se sei in gruppo vivi solitario. Tutti cerchiamo e viviamo nelle relazioni, per i bimbi di strada la risposta è sempre e soltanto la solitudine. Lo stato non si dimostra ancora capace di rispondere.
Ultima a parlare una ragazza che era in strada ed ora è autonoma. Emozionata, non fa che ripetere sempre grazie. Scendendo i gradini del palco la ringrazio e lei mi abbraccia. In sala anche altri ragazzi di strada. Domande, un documentario, fatto da una ragazza italiana che ormai si è stabilita qui in Bolivia. Alcune canzoni di un giovane educatore di strada concludono la presentazione. Io esco soddisfatto e con l'intenzione di capire se si possa tradurre e presentare il testo in italiano.
La giornata non si conlude subito. Conviene ormai mangiare a La Paz prima di salire, così mi porta alla pizzeria di Esteban, il suo figlio più piccolo, che ha appreso il mestiere dopo una permanenza a Vicenza fatta appositamente. Bella Ciao: il nome della pizzeria, che vedo frequentata bene anche se è piccola. Il nome azzeccato perchè la pizza è buona come la canzone. Saliamo poi a salutare Barbara, nella casa dove Riccardo ha abitato per oltre vent'anni con la sua famiglia.
Ancora non vi ho spiegato, ma è tardi e tra un po scatta la mezzanotte anche qua. Vediamo nella prossima puntata. Intanto grazie se siete tornati a leggermi e grazie a chi lo farà per la prima volta, a cui debbo ancora più gratitudine.
d.onde
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