INDIA (un viaggio)

INDIA

 



(un viaggio)


 

 

Prima tappa a Mumbai (3-6 febbraio)


Siamo a Mumbai da tre giorni appena, ma stanotte andremo di nuovo all’aeroporto, che tanto mi aveva stupito nella notte tra il 2 e 3 febbraio al nostro arrivo in India: ci sono le pareti ricchissime di bassorilievi o dipinti, un’arte colorata e vivace che dona vita ai lunghi percorsi dentro e fuori, sopra e sotto, alle code per recuperare i bagagli e a quelle per vidimare i visti di ingresso. 

Enormi colonne attraversano i vari piani degli edifici che accolgono le centinaia di persone, chi parte chi resta chi arriva chi ritorna, e con loro centinaia di auto nei parcheggi sui diversi livelli delle costruzioni. Colonne che sembrano imitare alberi di un’epoca antichissima quando il verde regnava, insieme all’ossigeno, e non il traffico della megalopoli in cui ci troviamo. La città era avvolta nella notte, eppure le sedute al di fuori delle porte scorrevoli erano ancora piene di persone, gruppi di anziani in dialogo tra loro, famiglie con passeggino e bimbi addormentati, uomini e donne con le loro valigie e traiettorie individuali al limite della collisione, mentre persone di servizio chiamano e indicano questo lato o quell’altro per raggiungere un taxi, che appena si metterà in strada sarà di fatto già in coda per uscire da questa incontenibile vita di ormai 25 milioni di abitanti in città. Anche noi con loro. Qui tutto può circolare per strada, purchè abbia un clacson!

E oggi, 5 febbraio, siamo ancora in ritardo, al rientro dal San Claret Anath Ashram (A Claretion Mission to serve the last, lost & the least in the society, recita la scritta all’ingresso della grande casa), dove padre Robin ci ha fatto il dono di incontrare gli oltre duecento ospiti, persone letteralmente raccolte dalle strade di Mumbai. Lui ci mostra foto di alcuni, prima e dopo la loro vita di strada. Come mucchi di stracci o sacchi abbandonati ritrovati in strada ora invece sono persone che con noi trascorrono un’ora proponendoci canti e danze insieme (per venirci incontro cercano on line delle canzoni in italiano e la prima che gli viene fuori è Bella Ciao, sic!). Ed ha l’effetto su di noi di una umanità disarmante e disarmata, esattamente come la pace invocata da papa Leone il giorno della sua elezione.

  

A cena con le suore Minime che ci ospitano a Mumbai

Purtroppo però siamo in ritardo e le suore minime che ci hanno accompagnato passo passo in questi giorni ci avevano detto della messa in parrocchia, che poi è la chiesa e la casa del parroco incastrata accanto al cortile interno della casa delle suore, dove sorge l’edificio che fa da scuola per l’infanzia al piano terra, accoglie ragazze al piano superiore, mentre sul lato destro si sviluppa su circa tre piani (le scale fitte tra i muri ci danno questa impressione, ma in realtà i piani sono due). Ed il loro edificio è concomitante con altre case: lo capiamo dal vociare familiare di bambini o adulti nelle sere che ci ritiriamo nelle nostre camere.

Oltre il loro cancello, sull’altro lato della strada, una sorta di capanno in muratura dovrebbe raccogliere la spazzatura della zona che un camion avventuroso dovrà recuperare più volte al giorno, evitando di incastrarsi in questo quartiere labirintico, di stanze tra loro addossate, di negozi da un paio di metri quadrati, di capre e cani in libero movimento. Fuori orario anche i ratti visitano la spazzatura che la gente non bada di lasciar cadere soprattutto al di fuori del capanno!



 La presenza delle suore in questa zona allora è davvero un piccolo polmone verde dove prendere fiato. Siamo certi lo siano anche per le persone che vivono qui attorno! La madre superiora, suor Giulia e le altre tre di questa comunità, sempre pronte con il sorriso a starci accanto, nelle visite intense di questi tre giorni ci accompagnano con premurosa pazienza, facendoci conoscere l’altra comunità nella zona di Nuova Mumbai, un altro luogo di educazione e di attenzione per i poveri, alcuni luoghi della città (il museo con alcuni reperti di oltre un millennio di anni -tanto antica anche qui la civiltà umana alle rive dei grandi fiumi-, la porta dell’India, da cui, si vuole, salpò l’ultimo colono inglese, i giardini pensili, dove possiamo da un’alta verde collina spaziare un poco lo sguardo su una parte della baia, della città ed i suoi palazzi, di una nebbiolina che immaginiamo essere smog), altre comunità diocesane insieme a don Raffaele, e visiteremo con lui anche il seminario, o insieme a fratel Claudio i progetti educativi del PIME negli slums di Mumbay.

Tre giorni che sembrano tre settimane, tanti sono i volti che ci hanno accolto e che abbiamo salutato, ma ora il traffico ci sembra eternità e alla fine a quella messa arriviamo tardi.

 



E’ ormai conclusa, ma il parroco ha trattenuto le persone, ha atteso a dare la benedizione perchè le persone potessero incontrarci e salutare. Scendiamo al volo, appena un breve saluto all’autista che ci ha accompagnato in questi tre giorni. Passiamo da un cortile all’altro, percorriamo lo stretto marciapiede interno per raggiungere da dietro la sacrestia, entriamo e poi in fila saliamo in presbiterio. I fedeli sono in attesa senza mormorazione.   

Qui le chiese cristiane cattoliche sono ben tre: quelle più antiche, di origine apostolica perchè qua è arrivato san Tommaso nella sua missione evangelizzatrice, sono la Chiesa Siro-malabarese e quella Siro-malankarese. La terza è un lascito più recente, nata con la predicazione di san Francesco Saverio e dei gesuiti al seguito dei colonizzatori portoghesi. Incontrando rappresentanti di quella Latina e di quella Siro-malabarese ci hanno spiegato che in India, dove il cristianesimo si concentra in alcune regioni ma la cui diffusione in parte frenata da alcune linee politiche degli ultimi 15 anni, è tra il 2 e 6% a livello nazionale, mentre nella regione del Kerala costiituisce circa il 18% della popolazione, le diocesi e le parrocchie descrivono la propria popolazione come insieme di famiglie. Una parrocchia che abbia una 20ina di famiglie può contare su circa 80 persone. Una presenza non solo sulla carta, perchè la partecipazione della vita comunitaria è altissima, tra il 70 e 80%!

Ci troviamo quindi non di fronte alla parte devota delle messe feriali, ma al volto della comunità locale. Raccontiamo, diciamo che siamo 6 preti della diocesi da dove proviene Madre Clelia la santa fondatrice dell’Istituto delle suore Minime, preghiamo insieme, ci congediamo in un clima di festa.

 




Io mi attardo e per questo una voce mi chiede di fermarmi e aspettare, nel buio non riconosco la suora che mi sta chiamando so che mi spiega come tre giovani donne chiedano una benedizione personale da noi, ed in quel momento io ero lì, rimasto indietro. Le incrocio fuori dalla porta laterale della chiesa, da cui fuoriesce l’unica luce che illumina lo stretto camminamento a fianco della rete che divide l’asilo dalla parrocchia. Escono le persone, uomini e donne, escono tre giovani che si fermano contro il muro della chiesa. Non parliamo la stessa lingua, ma in inglese possiamo comprendere le parole di benedizione. A breve partiranno per Israele, ci spiegherà la suora, per lavorare di fatto come sostegno in famiglie con anziani. Da qui dovrà sembrare un salto nel buio infinito del mondo: avranno una comunità di riferimento? Potranno mantenere qualcosa che ricordi la loro vita di casa e di origine? Troveranno una comunità cristiana dove potersi inserire? Gli verrà permesso? Ci sarà una data di ritorno o di visita? Il tempo della benedizione è breve, non approfondiamo la cosa, soltanto la voce della suora mi ripete: “Non ti dimenticare di loro! Prega per loro anche domani!”



Seconda tappa in Kerala (6-10 febbraio)


La cena del saluto, la gioia screziata dal sapere che dobbiamo salutarci, poi lo zaino ed un riposo breve, infine le auto per l’aeroporto. All’albeggiare di questo nuovo giorno appena iniziato arriveremo a Cochin, in Kerala.  


Scendiamo a sud, nella regione da dove sono giunte in Italia le prime giovani aspiranti. dal sito delle suore Minime: “Anno 1968 Madre M. Antonietta Cesaro e le sorelle del consiglio interpellate da Mons. Mario Rizzi si rendono disponibili, tramite la Santa Sede ad accogliere giovani indiane desiderose di dedicarsi al Signore. Nell’anno 1969 le prime sei giovani keralesi si sono gettate nelle braccia del Signore giungono a Roma. Dopo alcuni anni di formazione religiosa e professionale ritornano suor Margaret Chowalloor suor Maria Rosa kallarakkal e suor Cecily Chittilappilly  il 31 gennaio 1981 nella loro terra per portare il carisma di Santa Clelia nella diocesi di Trichur – Kerala. Dopo varie esperienze fissano il loro servizio nell’ambito educativo: formazione dei giovani, la catechesi agli adulti e visita agli anziani e malati e servizio infermieristico negli ospedali. Sorgono altre sei comunità nello stato del Kerala”.

 

Trascrivo queste parole perché mi risparmia un racconto che sicuramente farei peggio. Quello che posso raccontare è invece il salto da un ambiente urbano come quello di Mumbay, con il suo caos grigio e verticale e la sua vita senza orari e senza umanità per quanti sopravvivono cercando di strappare qualcosa alla sua ricchezza, ad ora, in un ambiente più solare come quello della regione del Kerala, che percorriamo avendo sempre come tappe le sedi delle comunità delle suore Minime. La spazzatura non è più parte costante di ciò che vediamo intorno a noi, le città che attraversiamo sembrano meno congestionate, anche se il traffico non è di molto inferiore, ed il colore verde sembra essersi riappropriato del nostro orizzonte. 

Punto base la casa delle suore a Chittissery, centro della rete di tutte le altre case di questa regione. Suor Maria Flora, madre superiora per l’intera regione indiana, ha organizzato un programma che parte già nel fine mattina del nostro arrivo: visita allo spettacolo naturale delle cascate di Athirapally. Alla sera, a tavola, ascoltiamo la storia di suor Margret, ancora capace di riportarci con allegra vivacità le sensazioni e la vicenda di quello sbarco in Italia nel 1969 e di ciò che ne è conseguito. Parlando con le suore della comunità, e per quello che vediamo, in questo stato la presenza cristiana è sicuramente più visibile: chiese e piccole edicole votive si incrociano spesso nei percorsi che facciamo per raggiungere le nostre mete, come quando arriviamo a Thrissur per partecipare alla festa di fine anno della scuola frequentata da un migliaio di studenti.

  


Lì assistiamo alla festa dei bimbi e ragazzi delle varie classi che in abiti tradizionali danzano coreografie di balli con pose ed espressioni facciali codificate da secoli, sono quasi balli rituali che vedremo riprodotti anche visitando un tempio Krishna. Facciamo domande sulla convivenza tra le tre religioni e le suore confermano che là dove non ci sia un vento politico che voglia alimentare il fuoco della divisione, allora per tradizione le varie comunità hanno relazioni buone tra loro. Come dire che il deposito del letto di un fiume è ormai avvezzo alle correnti d’acqua e ha trovato un suo equilibrio. Tuttavia è facile smuovere malamente il fondo e causare una torbidezza che renda l’acqua scura. E ahimè anche da queste parte ormai i nazionalismi identitari hanno alzato il capo!

 


In visita ad una piccola e recente comunità delle suore, dove veniamo accolti sempre con il ristoro di bevande e qualche mangiarino a cui non possiamo dire di no, constatiamo che intorno alla loro, le altre case sono per lo più di cristiani. Quella di fronte è di una coppia anziana, una suora ci invita ad attraversare la strada e raggiungerli sotto il portico. Il marito ha il vestito tipico di questa zona caldo umida: a dorso scoperto, il sari lo copre dalla cintola alle caviglie. Ha uno sguardo senza espressione ed attento su di noi, ma tutt’altro che ostile lascia che ci avviciniamo a sua moglie seduta su una poltroncina. La suora la saluta e le parla. La signora guarda la suora e poi guarda noi. “Deve fare la dialisi, è molto malata” Ci dice in italiano la suora. La signora anche se non conosce la nostra lingua sembra comprendere il tenore di quelle parole, e si commuove. La suora le pone le mani sulle spalle, la incoraggia. Noi ci uniamo a lei quando ci chiede di pregare insieme con il Padre Nostro. Ed ecco un altro volto che si aggiunge alla galleria di quanti abbiamo incontrato. 

E forse il nostro grazie dovuto alle suore oscilla proprio tra quello che abbiamo imparato semplicemente dalla gioia con cui ci hanno accolto e accompagnato in questi giorni, da una parte, e dall’altra di averci permesso di dare un volto a questa chiesa, nella quale sono inserite con tutti i loro progetti. Un volto di chiesa che sono persone. 

 


E sento ancora le percussioni delle sei bande che accompagnano altrettante processioni alla parrocchia di San Sebastiano, per la festa che si svolge attorno ad una reliquia, una freccia legata al culto del santo. Arriviamo ad Arthunkal e siamo ospiti a cena con la comunità delle suore. Poi andiamo alla parrocchia: tutta la facciata della chiesa alta più di venti metri è ricoperta da pannelli di led colorati, che alternano fantasie geometriche sparando nella notte i colori vibranti, quello che sembrerebbe fuori luogo da noi, qui è qualcosa di semplicemente previsto e atteso. Ma di fronte alla chiesa non troviamo nessuno, le bancarelle languono di persone, sembra che la partecipazione sia davvero scarsa. Poi, poco alla volta arrivano le sei processioni, le bande ritmano con forza il tempo, si sovrastano l’un l’altra, clarinetti soffiati quasi all'estremo danno acido fermento all'aria, il piazzale ormai è gremito di così tante persone che ci si muove cercando il passaggio stretto tra chi si è parcheggiato in seconda, terza, decima fila. Ormai siamo un mucchio di gente, partecipazione presente alla festa che ora non può non essere. Nella chiesa i singoli fedeli si avvicinano ai punti dove i piattini con alcuni sali sono stati portati in processione, chiedono la benedizione, prendono un poco di quei cristalli, sostano a pregare sulle panche, in una raccolta rarefazione di persone che da dentro a fuori si scambiano di posto mantenendo il numero presente nella chiesa quello di una preghiera anche visibile. Il silenzio del tempio sembra chiuso come dentro il guscio di mandorla lontano dai fortissimi suoni esterni. Infine esplodono i fuochi di artificio. “Venite e vedete” ci chiamano fuori gli altri per assistere allo spettacolo. Ed in fondo la forza di questa comunità ci viene trasmessa proprio attraverso tutta la vitalità immessa in quella musica, in quella partecipazione. La festa è un apice, la cima che ha sotto la montagna di una pratica sostenuta ogni giorno, una relazione che è trama stretta ed efficace come i tessuti delicati e variopinti che vediamo ai mercati. 

Molte cose restano indietro in questo racconto, ma un’ultima cosa voglio raccontare. Non so certo quanto possiamo avere capito di quello che abbiamo visto. “Semplificare la cultura indiana è una distorsione pericolosa” ha detto il premio Nobel Amartya Sen in un’intervista del 2006. Stare vicino al servizio delle suore che condividono capillarmente la vita della gente in mezzo alla quale vivono ci ha lasciato percepire almeno la bellezza di tante cose che viste da lontano possono risultare solo curiosità o peggio ancora delle mere contraddizioni. E se non posso dire, dunque, di avere capito l’India per come intendiamo noi occidentali, voglio poter lasciare un’immagine del servizio delle suore. 

 


Spesso ci è capitato di vedere bambini, e non solo, giocare con gli aquiloni, piccoli e semplici rombi con una o due code interminabili. 





Li lanciano in alto, che sia in riva al mare, oppure tra le strette stradine di uno slum a Mumbay. Allora anche una lieve brezza li trattiene in cielo. Il loro semplice colore, la loro coda che serpeggia dando vita ad un cielo altrimenti fermo, segnato soltanto dal lento movimento delle nubi, sembrano parlare di speranza a chi da terra li osserva. Vorrei lasciare questa immagine per ricordare il Vangelo vissuto delle suore Minime qui in India. Partendo dai piccoli, partendo dai poveri, col sorriso dare al mondo in cui vivono una nota di colore. Quello della speranza in chi semplicemente donato la vita per noi.

Penso dunque a questo nostro grazie al termine di un viaggio che poi ha toccato altri luoghi, come Varanasi, New Dehli, Accra. Ma questo grazie sia sufficiente al mio racconto che cosi poco è riuscito a descrivere i nostri giorni. Il resto verrà. 

don Francesco Ondedei


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