BOLIVIA - PADRE RICCARDO - pagina terza
Un uomo in strada
Sto lavando tazze e posate, ceramica e metallo, che io, p.Edwin e p.Riccardo abbiamo usato per la colazione. Lavello, gas, scolapiatti sono addossati alla parete esterna ed in parte si sovrappongono alla finestra. Disponiamo di una caraffa per scaldare l'acqua ma non c'è molta roba da lavare per cui decido di affrontare l'acqua ghiacciata dei nostri quattromila metri di El Alto. La stanza della cucina è quella che un tempo nelle case si chiamava tinello: più lunga che larga, quattro pareti fitte di pensili e mobilio, spazio vivibile per due persone al massimo, ripiani occupati da cose utili e da altre che dovrebbero essere riposte dietro a qualche sportello e restare invisibili finché non ci ricordiamo che non esistono più.
L'acqua è talmente fredda che il sapone liquido fatica a sciogliersi, la spugna allora diventa l'unico mediatore tra i due. Anche dopo due settimane a El Alto, le mie mani non si sono abituate al freddo e sento il sangue mentre cambia colore, nel corpo ha il sapore dell'uva acerba in bocca.
La finestra, una semplice griglia di metallo a cui aderiscono, non ermeticamente, i pezzi di vetro che dovrebbero isolarci. Un vetro è incrinato, non so da quanto tempo, e delle tre ante, solo quella di destra si riesce ad aprire ma col rischio di rompere del tutto i suoi cardini cigolosi e zoppicanti.
Terminato di lavare, mi asciugo le mani e rivolgo fuori il mio sguardo. Giù in strada mi accorgo che è sceso p.Riccardo. Ogni tanto dobbiamo fare così: metterci al sole all'aperto per incamerare quel po’ di calore che ci aiuti a lavorare in casa nelle ore fredde del mattino. La canonica ha un primo piano ormai soverchiato da un edificio alto almeno tre volte il nostro e costruito con una tremenda simmetria al percorso del sole. La luce arriva soltanto per tenerci compagnia a cavallo del pranzo, una misera portata per la nostra casa in ombra!
Riccardo è fermo in strada appena giù dal marciapiede, tiene le mani nelle tasche, ondeggia un poco come a non voler star fermo, si guarda intorno, come farebbe una foglia attaccata al ramo smossa da un semplice zefiro. Un auto parcheggiata vicino a lui (si intravedono un giovane uomo alla guida e di fianco una donna con in braccio un plaid azzurro che avvolge un bambino) inizia a fare retromarcia. Padre Riccardo indietreggia sul marciapiede il tempo necessario alla manovra, ma il suo sguardo non ne viene attirato, continua intanto a guardarsi intorno, concentrato su un mondo che si muove mentre lui è fermo a scaldarsi e a pensare. A cosa? Immagino i tantissimi che vengono a bussare alla sua porta di casa e con più assiduità al suo cuore e alla sua mente che si interroga: ed io cosa posso fare per costui o costei?
Appoggio l'asciugamano che con poca convinzione mi ha tolto l'umidità dalle mani e lascio la cucina a se stessa. Tanto non dovremo neanche cucinare oggi: il 6 agosto è festa nazionale, ho appeso le bandiere comprate per l'occasione, piccole coccarde coi colori boliviani già illustrano i nostri maglioni, ed oggi abbiamo l'invito a casa di una parrocchiana per il pranzo. Ho tempo di leggere e scrivere.
Riccardo che è padre
Già! Di Riccardo devo parlarvi meglio.
Solo in Italia si usa introdurre il nome di un prete con il termine ‘don’. Altrove si usa ‘padre’, qui da noi prevalentemente per i religiosi. All'estero se sei un prete sei ‘padre’. Riccardo ha 71 anni è prete da 3, e padre è padre di sicuro: ha cinque figli! Ma è un mistero che risolviamo in fretta. Lui stesso racconta la sua storia con trasparenza e schiettezza, anche se la sua vita nella memoria sembra quasi un mare di eventi, situazioni, vicende, fatti, per cui i singoli ricordi che ne vengono fuori sono come dei pesciolini che saltano fuori dall'acqua, che dicono qualcosa ma forse non tutto. Ho sentito raccontare più volte i medesimi fatti della sua ricca e avventurosa vita, ed ogni volta quello che sembrava un discorso a due dimensioni, ne acquista parecchie altre non contemplate dalle geometrie euclidee, che sono ferme a tre. Quattro se aggiungi il tempo.
Era sposato con Bertha Blanco, morta nel novembre del 2020 a seguito dell'epidemia di Covid-19. Sposi dal 1980, dopo essersi ricongiunti in Perù, ed essersi conosciuti qualche tempo prima. Lei era catechista della zona di Cochabamba (mi pare) mentre lui un bergamasco, seminarista, arrivato in Bolivia dopo gli studi liceali in seminario. Aveva chiesto un tempo per il servizio civile internazionale ed un luogo, cioè la missione del suo curato di parrocchia a Telgate che era partito proprio per la Bolivia.
Padre Riccardo mi ha ricordato che nel duemiladiciannove, al sinodo dei vescovi per la regione pan-amazzonica, fu messa a tema la difficoltà per molte comunità amazzoniche di avere accesso all'Eucaristia e pure una presenza ampiamente insufficiente di presbiteri, per cui pur nel valore dato al celibato, fu proposta la possibilità di ordinare dei viri probati, cioè sposi che potessero accedere al presbiterato e di svolgere il ministero in pienezza. Purtroppo su questo, come sul diaconato femminile, il percorso fu interrotto e lo stesso papa Francesco nel documento finale non accolse la proposta per evitare fratture nella chiesa. Ma intanto Riccardo e Bertha ne parlavano con ironia e verità dicendosi che, se fosse passata la cosa, loro sarebbero stati forse la prima coppia ad aderire e proporsi. “E se fossimo noi la prima di queste coppie?”.
Aveva conosciuto Berta dopo qualche anno dal suo arrivo in Bolivia. La temperie degli anni settanta era permeata da diversi fermenti in Italia e nel mondo. Alcuni tristemente eversivi, altri profetici e ricchi di speranza. Questa corrente seguiva canali propri sia dentro la Chiesa, sia nella società italiana. All'indomani della chiusura del Concilio Vaticano II, i molti ideali espressi necessitavano di scelte coerenti nella prassi delle comunità cristiane, ed il documento del 1967 Populorum Progressio invocava il riscatto dei popoli e paesi che erano usciti dal giogo dl colonialismo o erano in procinto di farlo: “Lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della chiesa. All’indomani del Concilio Ecumenico Vaticano II, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico le impone di mettersi al servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di tale grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità.”
Già da tempo erano nate le prime ONG in Italia, e alcune diocesi si erano gemellate con quelle di altri paesi, con la Bolivia quella di Bergamo, su incentivo dello stesso Roncalli, nel millenovecentosessantadue. Io non ho incontrato Riccardo se non in queste tre settimane, ho visto come vive con semplicità le sue scelte, un omone grosso eppure trasparente. Penso che tutto sia connesso sino all'oggi in cui ho condiviso un po di strada con lui, che tutto sia connesso da quando decise di fare servizio civile internazionale dopo aver terminato gli studi superiori in seminario e raggiungere il curato della sua parrocchia di Telgate che era partito come fidei donum proprio per la Bolivia. Era il millenovecentosettantasei. Terminato il tempo corrispondente all'obbligo di leva, Riccardo chiese di poter seguire i corsi di teologia in qualità di seminarista fuori sede (non lo diciamo troppo forte ma nella chiesa è da un pezzo che si pratica l'Erasmus, soltanto che ci dimentichiamo e non lo sfruttiamo abbastanza! Sai quanti preti ne avrebbero voglia e bisogno!), per poter continuare l'impegno nella chiesa boliviana così fortemente impastata con le istanze del popolo di Dio che guardava anche alla giustizia e alla carità della comunità sociale e politica in cui era incarnata. I diritti umani era entrato a far parte del vocabolario dell’evangelizzazione dei popoli.
Riccardo conobbe Bertha in quel periodo, entrambi impegnati in una parrocchia, a Cochabamba mi pare, catechisti con coscienza sociale: agli aspetti pastorali si accompagnava anche l'educaziona alla resistenza alle dittature militari, che in ogni epoca e latitudine credono e vorrebbero trasformare il gregge cristiano in pecoroni passivi e senza cervello, puntando sul quieto vivere e il ricatto della tradizione. All'epoca non c'era il cellulare per cui mancando gli scrolling infiniti e avendo tempo di progettare alternative non violente, tra scioperi della fame e cura del prossimo, la resistenza funzionava. Poi Riccardo e Bertha si innamorano e questo portò alla scelta non facile per entrambe di iniziare il percorso che li portò dopo diverse ed alterne fortune alle nozze.
La narcodittatura di Meza, tuttavia, con non piccoli addentellati negli ambienti di estrema destra fascista italiana, proprio nel 1980 costrinse i due a separarsi per le minacce crescenti, e mentre Riccardo rientrava in Italia per dare la notizia shock a casa e a Telgate che non sarebbe diventato prete ma che aveva scelto l’impegno laico nella chiesa latinoamericana insieme alla famiglia che stava costituendo con le nozze, Bertha dovette vivere sottotraccia e accudire alla loro prima figlia, senza sapere come e quando si sarebbero potuti ricongiungere. Riccardo in Italia inizia a lavorare come muratore per mettere insieme i soldi del biglietto di aereo di rientro in Bolivia appena si fossero create le condizioni giuste. E questa provvidenziale occasione arrivò!
Era trascorso un anno, e Riccardo venne a sapere che un organismo non governativo di volontariato internazionale, il MLAL di Verona, cercava una coppia di sposi per un progetto in Perù. Sembra che la gioia di Riccardo nel contattare finalmente Bertha con un termine preciso per il loro ricongiungimento, gli abbia donato un tono di voce sufficiente ad essere sentito senza necessità dei cavi telefonici, e il “Vamos!” attraversò i diecimila km dall’Italia alla Bolivia generando confusione in tutte le trasmissioni radio di quel giorno, che invece di ascoltare le consuete tragiche notizie dal mondo, registrò la felicità di due persone che si potevano trovare di nuovo e realizzare la loro vita insieme in Perù e impegnate a dare voce a quanti vivevano poveramente come contadini, schiacciati da politiche liberiste e ingiuste, ma anche da quelle dei rivoluzionari armati di Sendero Luminoso.
Prima cosa da fare però: sposarsi. Poi iniziare i progetti di promozione umana, come pure di allargamento della famiglia: nascono infatti altri due figli. Ma nel 1989 furono costretti a ripartire per la Bolivia. Infatti le lotte che iniziavano a portare frutto, con il recupero ed il riconoscimento di terre ai contadini da parte del governo, avevano suscitato l’attenzione dei terroristi di Sendero Luminoso. L’assassinio di un loro carissimo collaboratore e la distruzione del centro di promozione culturale e di educazione, spinsero dapprima a far rientrare i figli presso la famiglia di Bertha in Bolivia (dove nel frattempo era caduto il regime di Meza ed era iniziato il lento ma progressivo percorso politico democratico), poi lo stesso vescovo spinse anche loro a ricongiungersi tutti insieme ed evitare così che le minacce di morte si concretizzassero.
Rientrati in Bolivia, si stabilirono a La Paz, mantenendo le collaborazioni con il MLAL ora rinominato Progettomondo, con Bertha piuttosto rivolta alla promozione delle donne e successivamente anche ad un certo impegno politico, mentre Riccardo sul doppio binario del sostegno alle attività di contadini e popolazioni indigene e del sostegno alle attività di denuncia e contestazione alle politiche di sfruttamento delle terre e di ingiustizia verso i contadini ed i popoli indigeni. Dopo il 2000 diminuì la collaborazione con il MLAL ed iniziarono a seguire progetti legati alle carceri (costruzione del primo carcere di giustizia riparativa per minorenni) o alla tratta e sfruttamento sessuale delle bambine (per il quale è stata creata la fondazione Munasim Kullakita, che in lingua aymara significa “ama te stessa, sorellina mia”). Riccardo riceve riconoscimenti per queste attività di cooperazione sia in Bolivia che in Italia. Per questo trovate tanti video su internet!
Nel 2020 la compagna di 40 anni di matrimonio e madre dei loro 5 figli muore in conseguenza del Covid. Ma di questo ho già detto in principio. A Riccardo ho espresso il mio dolore e vicinanza pensando alla morte di Bertha, ma lui senza tentennamenti e con una limpidezza e rapidità di voce che risalendo non ha fatto in tempo a trascinarsi dietro nessun velo di amarezza o tristezza, mi dice: “Ma Bertha è con me. Tutte le scelte che faccio ora, le faccio sempre con lei!”. A bocca aperta penso di averlo guardato, ma era già intento a far qualcosa delle tante che gli si accumulano, ma che non avranno mai il potere di distoglierlo quando qualcuno lo incontra di persona.
Francesco Ondedei
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